Presentato il libro di Antonio D’Elicio “Montescaglioso, Una Città da scoprire”

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FOTO HOME LIBRO DELICIOMontescaglioso. E’ stato presentato nel Capitolo dell’Abbazia di Montescaglioso il libro di Antonio D’Elicio “Montescaglioso, Una Città da scoprire”. “Una storia di oltre duemila anni, dice nella prefazione don Donato Giordano dei monaci benedettini di Picciano, che, fino ad oggi, non ha tro­vato una narrazione unitaria e aggiornata, rimanendo custodita in vecchie carte o descritta in monografie, piuttosto recenti, necessariamente parziali.

Per questo, il maestro D’Elicio, noto estimatore e conoscitore dei beni culturali del territorio, vinto dall’amore per il natio loco, si è proposto di raccogliere la notevole mole di memorie sparse, offrendoci un’opera per quanto possibile organica e completa, risultato di anni di studio e di pazienti ricerche”.
Il nome della nostra cittadina – scrive D’Elicio - cambiò spesso: Civitas Vetus, Civitas Severiana, Mons Scabiosus, Gabbioso, Mons Petrosus, Mons Caveosus. Fino alla Civitas Vetus o Mons Caveosus, per la sua autorevole storia, la sua arte, i suoi monumenti, i suoi cittadini illustri e per le sue illustri tradizioni. Così nel 2004 con decreto del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è stato concesso il titolo onorifico di Città e nel 2012 ha ottenuto il ricono­scimento di Gioiello d’Italia.
Non mancano nel testo note sulla povertà, quando ad ottobre del 1968 furono resi noti i risultati di un’indagine condotta dai giovani dell’allora Circolo giovanile cattolico Giovanni XXIII nei rioni appar­tenenti alla Parrocchia degli apostoli Pietro e Paolo, dove esistevano “case prive di acqua, con pessime condizioni di servizi igienici o completa loro assenza e con mancanza di finestre e di luce”.
Dall’inchiesta emerse che su 1.118 abitazioni con 2.972 abitanti, 835 erano malsane e che erano abitate da 2.243 persone che avevano un reddito annuo che non superava le 600 mila lire.
D’Elicio mette poi in evidenza che una cronaca del 1677 riporta che Montescaglioso aveva una ricca produzione di orzo, avena, olio, grano, “e vini bianchi e rossi di ottima qualità ...i migliori di tutta la provincia e di tutte le specie di frutti e legumi che servivano per le esigenze familiari, mentre gli avanzi venivano venduti nei paesi vici­niori”. Ma anche importanti coltivazioni di lino e soprattutto di cotone, che nel 1868 avevano un’estensione di 173 ettari, abbandonate negli anni ’50 del secolo scorso.
Fra i 28 capitoli del libro di D’Elicio anche uno dedicato alla tradizione musicale montese. Egli narra che “con l’avvento della Prima guerra mondiale e negli anni successivi si ve­rificò la crisi dei corpi bandistici tra cui quello di Montescaglioso. Vuoi per la chiamata alle armi di molti, vuoi per la ripresa massiccia dell’emi­grazione, che depauperò in modo considerevole i nostri paesi e quindi gli organici delle nostre bande; un’emigrazione diretta verso le Americhe, ove sbarcarono molti nostri musicanti che nelle nuove terre d’adozione diedero vita insieme ad altri loro colleghi meridionali a nuove bande musicali”.
“Ma per colmare il vuoto creatosi nei paesi dove era radicata la tradizione ban­distica, i maestri rimasti inoperosi si diedero da fare, formando nell’arte musicale giovanissimi che sostituirono e rimpiazzarono i loro padri im­pegnati sul fronte di guerra o emigrati in terre assai lontane. A Monte­scaglioso ci pensò il Maestro Zeppitelli che nel 1915 diede vita a una banda di giovanissimi”.
Così, passata la guerra e fra mille difficoltà “i complessi bandistici riu­scirono a riorganizzarsi anche perché per molti il suonare – sottolinea D’elicio - costituiva una fonte di lavoro e di reddito per le famiglie. Tra queste riprese vigore quella di Montescaglioso che con il passare dei giorni e dei mesi accumulò al suo attivo primati non indifferenti”.
“Nel 1924 il podestà Andriulli municipalizzò il corpo bandistico affidan­done l’amministrazione al Cav. Lupo Biagio e la direzione artistica al ma­estro Gennaro Guarino”.
E tre anni dopo, la sera del 25 giugno 1927 nella Villa Mu­nicipale di Napoli, attraverso i microfoni della Radio italiana, allora EIAR, sotto la direzione artistica del suo maestro, Giuseppe Napolitano, eseguì le opere Turandot, Bohème, Amico Friz e Scene abruzzesi, presente lo stesso autore Camillo De Nardis.
Pino Gallo

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