Il ghetto della Felandina, dal rogo allo sgombero

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Eris Petty Stone arrivava dalla Nigeria e aveva ventott'anni. Ventotto anni e due bambini e viveva in quello che pochi giorni fa, il Ministro degli Interni, Matteo Salvini ha definito un ghetto. Eris e i suoi ventotto anni, adesso eterni, dovevano bruciare in quei capannoni perché qualcuno se ne accorgesse.


Così la Felandina viene sgomberata. Centotrenta persone vengono trasferite in varie strutture, gli altri, un numero imprecisato tra 400 e 600, ritornano ad essere fantasmi. Fantasmi che, con un borsone pieno di stracci, vagano sulla Basentana. Fantasmi alla ricerca dell'ennesimo ghetto fantasma, almeno fino al prossimo rogo rivelatore.

Un centinaio di loro hanno occupato l'Atlantide, un acquapark abbandonato sulla provinciale 3. Presente il sindaco di Montescaglioso, Vincenzo Zito, che insieme alle forze dell'ordine ha garantito la prima assistenza. Gli altri si mantengono nei pressi delle campagne metapontine, in cui lavorano come stagionali.
I primi contraccolpi sulla raccolta nei campi iniziano però a farsi sentire, in quanto il 90% della manodopera è svolta proprio dai migranti-lavoratori. I caporali vanno in crisi senza più i loro schiavi, almeno fino alla prossima tornata di disperati. Gli spettri che nessuno vuole vedere. Gli spettri neri che vivono nei luoghi che noi abbandoniamo e svolgono il lavoro che noi non vogliamo svolgere.

Le dichiarazioni di Pasquale Pepe, primo lucano ad essere eletto come senatore della Lega, fanno eco a quelle di Salvini: «Finalmente viene chiuso un vero e proprio ghetto dove centinaia di migranti si trovavano in condizioni disumane».

Ma il ghetto non è un fenomeno circoscritto alla Felandina o ai tanti capannoni disseminati nella penisola, pronti a prendere fuoco alla prima fuga di gas. Il ghetto va oltre lo spazio che occupa e segna la distinzione tra noi e loro, tra ciò che è dentro e ciò che è fuori. Il ghetto è nella nostra testa e definisce ogni forma materiale o mentale di segregazione, d'isolamento. È la creazione di chi nega le parole simbolo della società occidentale: libertà, fraternità e uguaglianza.

Probabilmente basta spostare, o meglio, disperdere i migranti per poter dire di aver risolto il problema. Basta attendere la loro graduale marginalizzazione da qualche altra parte. La progressiva separazione dalla società circostante. Ed infine la cristallizzazione di una società autonoma e diversa. Una società che non riconosciamo e non vogliamo riconoscere.

E poi attingere da questo serbatoio di "uomini soli", facendo leva sulla situazione di perpetua ansietà in cui versano. Basta scoperchiare il "vaso di pandora" del dibattito politico italiano, traboccante di odio e di paura, sciogliere i cani, così fedeli al padrone e così aggressivi col gregge, e raccogliere consensi.

Ecco perché il "sistema ghetto" non viene realmente affrontato. Esso risponde alle esigenze di una politica che non è più in grado di porsi le domande giuste e alla necessità di un popolo di identificare un nemico comune, da combattere e annientare.

Il ghetto è dunque il divorzio tra ciò che vogliamo vedere e ciò che preferiamo tenere lontano. Il consolidarsi di un mondo diverso che pure ci appartiene e a cui, per converso, apparteniamo.

Simona Pellegrini

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